| La riconciliazione
con la parola
Nell'ultima pagina dei Promessi sposi
si conosce un Renzo in pace. Dopo tanto vagare agitato per il
mondo, Renzo appare finalmente placato: sposo felice di Lucia,
padre di una folta nidiata di figli, può ben permettersi
qualche sfoggio retorico, può atteggiarsi a "moralista",
come ogni uomo arrivato. Ed eccolo persino petulante a metter
in mostra la propria sapienza un poco pedante, ad ostentare la
propria saggezza: a "raccontare le sue avventure", ad
enumerare "le gran cose" che "aveva imparate, per
governarsi meglio l'avvenire". A ben guardare, tuttavia,
non è che Renzo abbia davvero imparato gran che: a "non
mettersi ne' tumulti", a "non alzar troppo il gomito",
anche senza l'avventura milanese, poteva consigliarlo soltanto
una modesta predica di don Abbondio; e in quanto al "non
tenere in mano il martello delle porte, quando c'è lì
d'intorno gente che ha la testa calda", o al non attaccarsi
"un qualunque campanello al piede, prima d'aver pensato quel
che possa nascere", bisognerebbe che scoppiasse un'altra
peste, perché questa esperienza possa davvero giovargli.
Renzo dice d'aver appreso "cent'altre cose". Ma, forse,
è soltanto un modo di dire. In realtà si ha l'impressione
che di una sola lezione abbia fatto capitale sicuro: "ho
imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con
chi parlo".
Renzo ritorna con la mente a Ferrer
e ad Ambrosio Fusella, pensa
al mercante ed al notaio
criminale: ripercorre insomma il suo viaggio travagliato nel
mondo del possibile, ha ancora ben viva nella memoria la sua faticosa
esperienza di apprendista della parola. Renzo è un giovane
esuberante, forse testardo, certo caparbio, persino un po' superbo,
difficile comunque a trattare; su di lui giusto è, in fondo,
il giudizio del suo curato: "... anche costui è una
testa: un agnello se nessuno lo tocca, ma se uno vuol contraddirgli...".
Renzo non modifica tanto facilmente questo suo carattere, non
accetta, a cuor sereno, d'essere contraddetto: sappiamo che nel
paese di Bortolo, quasi alla conclusione del suo ciclo d'avventure,
pur dopo tante peripezie attraversate, pur dopo tanta conoscenza
acquisita degli uomini, riesce a rendersi "disgustoso",
finisce per entrare "in guerra con quasi tutta la popolazione".
Renzo non è soltanto esuberante, è anche intraprendente,
intelligente (non per nulla ha saputo trasformarsi da contadino
in imprenditore), e la sua intelligenza si misura soprattutto
nella consapevolezza che raggiunge dei propri limiti e nel desiderio
di superarli. Così, in ordine alla parola, al termine del
proprio apprendistato, sa ridurre il proprio ruolo nel mondo del
possibile a questa posizione di difesa (impara, in sostanza, l'arte
del silenzio): anche se non rinuncia poi, in prospettiva, ad un
ruolo più ambizioso: per i suoi figli infatti "volle
che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché
la c'era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro".
Ha osservato giustamente Italo Calvino che nell'universo di questo
personaggio "la parola scritta si presenta sotto duplice
volto", come "strumento di potere" e come "strumento
d'informazione", e che questa parola, quando è strumento
di potere, "è anche sistematicamente avversa"
a Renzo: "è la parola scritta di cui detiene l'uso
il dottor Azzeccagarbugli, è la 'carta, penna, calamaio'
con cui l'oste della Luna Piena cerca di registrare le generalità
degli avventori, o peggio ancora la 'carta-penna-calamaio' invisibile
con cui Ambrogio Fusella riesce a metterlo in trappola".
Quando il giovane montanaro, divenuto ormai industriale, ripercorre
il cammino della sua travagliata vita passata e ripensa non soltanto
all'oste, allo spadaio e al dottore, ma anche al latino di don
Abbondio e forse, persino, alle lettere di fra Cristoforo, quando
ripensa insomma alla "birberia" della parola scritta,
non sembra tollerare per i suoi figli sopraffazioni: li vuole
agguerriti, li sogna magari anche "dottori", preparati
a pagare comunque il suo riscatto.
I figli di Renzo impareranno dunque a leggere e scrivere; ed è
probabile che il padre farà impartire loro anche lezioni
di latino. Solo in questo modo Renzo potrà liberarsi di
quell'ossessione (quasi un incubo) che lo ha tormentato tanto
a lungo; solo così potrà finalmente tentare di attraversare
quella barriera insuperabile costituita dal latino e dalla parola
scritta: perché Renzo sente fortissimo il fascino del mistero,
tanto più, quanto più questo mistero è per
lui impenetrabile.
G. De Rienzo, L'avventura della parola
nei Promessi Sposi, Bonacci, Roma 1980.
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