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| Storia della colonna infame |
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La mattina del 21 giungo 1630, due donne, Caterina Rosa e Ottavia Bono, vedono un uomo passare per via rasentando i muri: le due si insospettiscono e, allontanatosi l'uomo, vedono, o credono di vedere, i muri imbrattati di una sostanza untuosa. Si diffonde la voce dell'unzione e, interrogata sulla possibile identità dell'uomo da lei visto, Caterina Rosa fornisce indicazioni generiche che però conducono all'arresto di Guglielmo Piazza, commissario del tribunale di Sanità. Subito arrestato, dapprima il Piazza nega ogni addebito, ma sottoposto a tortura e dietro la promessa di essere liberato se avesse detto la verità (o meglio, ciò che i giudici credono sia la verità), egli si autoaccusa e indica, come suo complice, Giangiacomo Mora. Naturalmente non vi è stata alcuna unzione, né alcun complice: si tratta di una falsa confessione fatta allo scopo di evitare la tortura. L'accusa al Mora non è però casuale; per essere creduto, il Piazza deve fornire elementi che abbiano un qualche fondamento e il Mora fa proprio al caso suo. Nella sua qualità di barbiere (mestiere che all'epoca prevedeva anche compiti infermieristici), Giangiacomo Mora produce infatti un unguento che egli pubblicizza come miracoloso contro la peste. Di tale unguento il Piazza, prima di essere arrestato, ne aveva chiesto un vasetto al Mora, e la richiesta era avvenuta alla presenza di alcuni testimoni. Ai giudici, questi sembrano elementi sufficienti per arrestare il Mora e per torturarlo. Attraverso il supplizio ripetuto e indiscriminato, i giudici estorcono ai due arrestati confessioni contraddittorie e inverosimili, ma soprattutto chiedono e ottengono i nomi di altri complici: nomi fatti a caso, che coinvolgono artigiani, banchieri, nobili, tutti, naturalmente, innocenti. La sentenza contro il Piazza e il Mora fu emessa il 27 luglio 1630; essa prevedeva che i due fossero condotti al luogo del supplizio; tanagliati con ferro rovente per la strada; tagliata loro la mano destra, davanti alla bottega del Mora; spezzate l'ossa con la rota, e in quella intrecciati vivi, e alzati da terra; dopo sei ore, scannati; bruciati i cadaveri, e le ceneri buttate nel fiume; demolita la casa del Mora; sullo spazio di quella, eretta una colonna che si chiamasse infame; proibito in perpetuo di rifabbricare in quel luogo. La colonna infame fu poi abbattuta nel 1778. |
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